Ve lo spiego io come aiutarci a casa nostra

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Rilanciamo l’intervista a Mamadou Kairaba Diallo, pubblicata nell’ultimo numero della rivista del Cesvitem. Una testimonianza per conoscere la realtà della Guinea e comprendere al meglio le motivazioni profonde di Energy With Africa.

“L’immigrazione per molti paesi africani è una valvola di sfogo. Non si fa nulla per fermarla, sperando che l’Europa prima o poi capisca. Che comprenda che non può continuare a basare il proprio benessere sullo sfruttamento delle nostre risorse, non lasciandoci nemmeno le briciole”. Mamadou di peli sulla lingua ne ha pochi. Gli piace andare dritto al punto. D’altronde, per capire la forza delle sue parole basta dare un’occhiata a Energy with Africa, il gemellaggio tra gli Istituti della Cittadella scolastica di Mirano e l’Università di Labé (Guinea Conakry) nato proprio sulla spinta della sua testimonianza.

STUDENTE E LAVORATORE
Ventotto anni, originario proprio della Guinea, Mamadou Kairaba Diallo è in Italia dal 2005, protagonista di una storia di migrazione che sfata tutti i luoghi comuni sugli africani, anche quelli più banali. Da “gli africani non hanno il senso del tempo” (è sempre puntualissimo) a “arrivano tutti col barcone” (è arrivato in aereo a Parigi con un visto turistico, per poi spostarsi in Italia ospite di un cugino). Da “vengono qui per rubarci il lavoro” (è venuto in Europa per un problema di salute che in Guinea nessuno riusciva a curare e che poi, fortunatamente, si è rivelato un semplice reflusso gastrico) a “non hanno voglia di far niente”. Oltre a lavorare su turni in una grossa tipografia del Veneziano, ha appena finito la terza indirizzo meccatronica all’IIS Levi-Ponti di Mirano. “Se ho il turno di notte, lavoro fino alle 6 e alle 8 sono in classe. Viceversa, se ho il pomeriggio, finita la scuola corro al lavoro. Alle 22 finisco, torno a casa e mi metto a studiare”. All’inizio i compagni di classe lo guardavano come un alieno. “Mi dicevano: hai un buon lavoro, chi te lo fa fare? Ma io sto inseguendo il mio sogno, la mia passione per tutto ciò che ha a che fare con l’elettricità. Quando sono arrivato in Europa, la cosa che mi ha più colpito è che non ci fossero mai blackout. Da piccolo, in Guinea, davo una mano in un negozietto dove si riparavano tv, radio e piccoli elettrodomestici. Vengo da una famiglia molto povera, solo così potevo permettermi di acquistare quaderni e penne. In questo modo ho fatto elementari e medie, ma poi non c’erano istituti tecnici per continuare a coltivare i miei interessi. È stata l’Italia a darmi l’occasione di riprendere un filo che avevo dovuto interrompere tanti anni fa”.

MIRAGGIO EUROPA
La Guinea, pur essendo un paese relativamente piccolo (poco più di 12 milioni di abitanti) è uno dei principali “fornitori” di migranti. Al 31 ottobre, era guineano il 9,3% dei migranti giunti in Italia nel 2017, la seconda nazionalità più rappresentata. “I più benestanti vengono in Europa a studiare, soprattutto in Francia, e al 99% si fermano qui, perché in Guinea non ci sono prospettive di lavoro. I più poveri, invece, tentano la sorte attraverso il deserto e il Mediterraneo. Si sa che è pericoloso, che puoi morire, ma se non hai pane, acqua, lavoro, la disperazione è più forte di tutto. In qualche modo raccogli i 2.500 euro che servono solo per le prime tappe e poi vai, senza sapere se ce la farai. L’ultima volta che sono tornato, una famiglia che conosco mi ha raccontato di aver già inviato due riscatti da duemila euro per liberare un loro parente tenuto in ostaggio dai trafficanti in Libia. Un’altra donna non sapeva la sorte di suo figlio, partito tre mesi prima. Io, in confronto, sono stato un privilegiato: è stato un mio lontano zio che faceva l’avvocato a pagarmi il viaggio in aereo, per permettermi di venire in Europa a curarmi. Per questo penso che la distinzione tra rifugiati e migranti economici sia una grande ipocrisia. La povertà è una guerra silenziosa, che anche senza armi uccide milioni di persone. Senza contare le guerre vere e proprie. Mi fa ridere quando in Europa parlate di “guerre tribali”: in Africa, dietro qualsiasi colpo di pistola, c’è un interesse occidentale”.
Se l’Africa non riesce a dare prospettive ai suoi figli, l’Europa con il suo benessere è una potentissima calamita. “In Guinea si prendono almeno 32 canali tv occidentali, che trasmettono immagini di gente felice e benestante. Prima di arrivare in Italia, vedendo le vostre pubblicità, ero convinto che da voi non ci fossero campi, che fosse tutto asfaltato. E mi chiedevo che cosa mangiaste, visto che non si vedeva mai nessuno coltivare un pezzo di terra”.

ALTRO CHE INDIPENDENZA
Anche sul celeberrimo “aiutiamoli a casa loro”, slogan che troppe volte risuona a vuoto, Mamadou ha le idee chiare. “Per aiutare l’Africa c’è bisogno prima di tutto di istruzione. Sia per formare risorse qualificate, sia per sviluppare la coscienza della società civile. E invece, nel migliore dei casi vi sentite superiori a noi, siete convinti di dover esportare anche i vostri valori, la vostra visione nel mondo. Nel peggiore avete tutto l’interesse di tenerci nell’ignoranza per poter gestire a piacimento i vostri traffici e affari”.
Propria la Guinea è un esempio perfetto della cosiddetta Françafrique, l’enorme influenza che ancor oggi la Francia esercita sulle sue ex-colonie nell’Africa occidentale. “A Conakry, la capitale, il porto è gestito dal gruppo di Vincent Bolloré, il finanziere che in Italia conoscete perché è il principale azionista di Telecom e alcuni mesi fa voleva comprarsi Mediaset. L’aeroporto è controllato dalla stessa società che gestisce gli aeroporti di Parigi. Anche lo sfruttamento delle risorse naturali è in mano ai francesi: sulla carta siamo ricchi di diamanti, bauxite, uranio, ferro, oro, ma dei proventi di questo ben di dio vediamo a malapena le briciole. I francesi controllano tutto. Nulla si muove, neanche a livello politico e militare, senza il loro consenso. Perfino i cinesi, che in altri paesi africani sono i nuovi padroni, qui non possono penetrare. A completare l’opera, a livello finanziario ed economico, ci pensa la Banca Mondiale. La Guinea è formalmente indipendente dal 1958, uno dei primissimi stati africani a raggiungere questo traguardo. Ma nei fatti siamo ancora una colonia. In altri zone dell’Africa cambia la potenza di riferimento, ma non la sostanza. I nostri governanti hanno due strade: o farsi comprare con le mazzette, o provare ad alzare la testa. Ma chi ci prova fa la fine di Thomas Sankara, che fu assassinato non appena provò a liberare il suo Burkina Faso dal debito e dagli interessi occidentali”.

LA CARENZA DI TECNICI
“La chiave di volta – ripete Mamadou – è l’istruzione. È su questo che si deve basare la cooperazione tra Africa e Europa, perché è su questo che siamo più in ritardo. Abbiamo un bisogno assoluto di istituti tecnici. In Guinea le scuole secondarie sono essenzialmente licei, che offrono una formazione umanistica. E così c’è una grande carenza di tecnici, in ogni settore. Trovi tanti elettricisti, praticamente autodidatti, ma nessuno che sappia progettare o installare un impianto fotovoltaico. Ovviamente anche noi dobbiamo fare la nostra parte. Dobbiamo creare delle opportunità per i giovani, fare in modo che chi viene in Europa per studiare possa tornare. Oggi non è così: chi te lo fa fare di tornare a Conakry con una laurea per guadagnare, se va bene, qualche centinaio di euro al mese? E così ci impoveriamo ancora di più, perché perdiamo per sempre giovani estremamente preparati che potrebbero dare un enorme contributo allo sviluppo del nostro paese. Al contrario, nel mio piccolo, mi sento un esempio positivo di cosa può succedere dall’incontro tra l’energia africana e quella europea. Dobbiamo imparare a vedere la diaspora africana non solo come un problema da gestire, ma anche come un’opportunità da sfruttare”.
E tu, Mamadou, prima o poi tornerai a vivere in Guinea? “Certo, magari non in pianta stabile, ma tornerò. Io e tutti gli altri migranti abbiamo il dovere di fare qualcosa per il nostro paese. Io ci sto provando con Energy with Africa, ma con il diploma potrò fare ancora di più”.

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